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Il Sistema Sanitario Nazionale va rimodulato in base alle esigenze dei cittadini

Il rapporto dell’Eurispes 2017 (ente privato italiano che si occupa di studi politici, economici e sociali, operante nel campo della ricerca politica, economica, sociale e della formazione), disegna un quadro dell’Italia in forte difficoltà su tutti i fronti.

In particolare la Sanità viene bocciata dai cittadini nel 54,3% dei casi. Ci si lamenta soprattutto delle lunghe liste d’attesa che creano i maggiori disagi (75,5%), sia per essere sottoposti ad interventi chirurgici che ad una semplice visita ambulatoriale, ma anche di strutture mediche fatiscenti (42,2%), di condizioni igienico-sanitarie insoddisfacenti (41,8%), nonché di errori medici (34%). Inoltre, per le cure specialistiche o per gli interventi chirurgici, solo la metà degli intervistati (50,5%) preferisce rivolgersi agli ospedali pubblici. Il 38,1% dei cittadini ha ridotto le spese mediche perché considerate troppo costose. Il 47,7% degli intervistati usa abitualmente internet per cercare informazioni utili sulle problematiche di salute.

Ma mentre al Nord Italia la popolazione soddisfatta rappresenta la maggioranza, nelle regioni del centro, ma soprattutto in quelle del sud Italia, spiccano le persone insoddisfatte del sistema sanitario nazionale.

In questi giorni il Presidente del Consiglio, On. Gentiloni, ha firmato l’attesissimo Dpcm, che dovrebbe intervenire in maniera energica sul funzionamento della sanità. Con tale provvedimento viene finalmente aggiornato il Nomenclatore dell’assistenza specialistica ambulatoriale, che riporta le prestazioni specialistiche ambulatoriali erogabili dal Servizio sanitario nazionale (Ssn). Vengono approvati i nuovi livelli essenziali di assistenza (LEA), che sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket). Vengono stabiliti i servizi e le prestazioni garantite ai cittadini dal Servizio sanitario nazionale, ridefinendo ed aggiornando gli elenchi delle malattie rare e delle malattie croniche e invalidanti.

Sicuramente, questa è una riforma molto attesa e avrà un impatto notevole sulla sanità italiana, ma, a parere di questa associazione, si potrebbe fare di più nel settore sanitario, per snellire le liste di attesa e ridare maggior fiducia ai cittadini nella sanità pubblica.

Innanzitutto, occorre intervenire, con provvedimenti mirati del Governo e delle Regioni, per creare un sistema nazionale omogeneo, che garantisca a tutti i cittadini pari opportunità nelle prestazioni sanitarie.

Per ridurre i tempi di attesa delle prenotazioni per le visite specialistiche, gli accertamenti clinico-strumentali ed ambulatoriali in ospedale, dovrebbero essere garantite in una fascia oraria più ampia, con una organizzazione e razionalizzazione degli accessi, attraverso un potenziamento e una armonizzazione della rete informatica, offrendo, in modo chiaro e trasparente, la possibilità di scegliere lo specialista cui rivolgersi nella struttura del SSN più vicina al domicilio o al luogo di residenza. Ciò implica non solo una razionalizzazione e un più efficace impiego delle risorse esistenti, ma anche azioni che favoriscano un ricambio e “ringiovanimento” di tutto il personale sanitario.

Dovrebbero essere potenziate ed estese le prestazioni erogabili in regime di Day Hospital o Day Surgery, ed attivati servizi di Week Surgery per le patologie che lo consentano, in modo da ridurre significativamente i costi, garantendo, però, una assistenza e servizi appropriati, efficaci ed efficienti.

Analogamente, andrebbe meglio organizzata l’attività delle sale operatorie delle strutture sanitarie pubbliche spesso sottoutilizzate, estendendo la fascia oraria di utilizzo, ed ottimizzando l’organizzazione dei flussi di lavoro nei blocchi operatori, grazie all’ausilio di operatori qualificati (ingegneri gestionali, bed managers ecc) .

Tutto questo richiede, oltre che un impegno politico a meglio orientare le risorse economiche, anche una evoluzione culturale degli operatori, che può realizzarsi attraverso un continuo scambio di esperienze ed un aggiornamento continuo, aprendo l’ascolto alle esigenze dei pazienti, il benessere dei quali deve essere il principale obiettivo di ogni azione della politica sanitaria.

Solo una maggiore integrazione tra strutture ospedaliere e strutture territoriali, organizzazioni sociali e del volontariato (che in Italia rappresentano una notevole risorsa), può garantire la realizzazione di questa invocata evoluzione in sanità.

Molti sono ancora i problemi irrisolti e tanto c’è ancora da fare.

Come commentare i diversi casi in cui le ambulanze del 118, spesso per carenze strutturali, non arrivano in tempo utile per salvare delle vite umane? Come commentare i tempi biblici per effettuare una visita medica specialistica, un accertamento diagnostico, clinico-strumentale o un’operazione chirurgica? I ritardi del sistema sanitario pubblico si prestano spesso, ma non sempre con spirito di servizio, a veicolare i pazienti verso strutture sanitarie private. Eppure, talvolta bastano piccoli correttivi per risolvere problematiche apparentemente insormontabili e che si potrebbero superare con un po’ di buonsenso!

Uniformare la rete informatica e renderla accessibile a tutti gli utenti potrebbe consentire ad ognuno di essi di scegliere dove effettuare gli accertamenti sanitari, secondo le proprie necessità, con la possibilità di estendere la ricerca dei centri specializzati, oltre che nel territorio di appartenenza, anche nella più prossima ed adeguata struttura provinciale, regionale o nazionale.

È necessario che esempi virtuosi, come quello della regione Toscana, vengano ad essere proposti e realizzati, con i dovuti adattamenti rispetto alle esigenze dei territori in cui si opera, su tutto il territorio nazionale.

L’affidamento del sistema sanitario alle singole regioni ha portato a fortissime differenze in tema di offerta ed erogazione di servizi, tra regione e regione, fatto che contrasta con un principio di equità ed uguaglianza, espressamente dettato dalla Costituzione, e che ha caratterizzato da sempre il nostro sistema sanitario. L’inefficienza della gestione politica ed economica della sanità pubblica, in alcune regioni, non è ragionevole che venga riversata sugli abitanti di quelle stesse regioni in termini di inadeguatezza dei servizi.

Siamo tutti cittadini italiani con gli stessi diritti e doveri, ma, nella realtà, viviamo in un Paese fatto di differenti realtà sanitarie.

La Toscana, esempio di gestione virtuosa delle risorse affidate alla sanità, è stata la prima Regione che ha potuto aggiungere nei Lea l’odontoiatria per tutti i residenti, utilizzando anche strumenti, quali convenzioni pubblico/privato, che hanno permesso di abbattere i costi delle prestazioni sanitarie per gli utenti in funzione del reddito, creando, inoltre, dei programmi di prevenzione rivolti ai bambini, che rappresentano un dovere del servizio sanitario nazionale di un Paese cosiddetto civile.

Interventi di analoga natura mirano, oltre che a tutelare la salute, anche a rendere accessibili cure oggi sempre più onerose per i nuclei familiari. Si pensi, ad esempio, che per un semplice apparecchio ortodontico, che molti adolescenti portano, mediamente si possono spendere dai 2.000 ai 6.000 euro, a seconda della durata della terapia. Le protesi odontoiatriche, in genere, rappresentano un notevole costo per le famiglie italiane, tematica sociale questa molto sentita e che ha alimentato il circuito del turismo sanitario nei paesi dell’est Europa, alla ricerca di prezzi più accessibili per le tasche dei nostri cittadini, che portano ricchezza e sviluppo al di fuori del nostro Paese.

E’ ora di invertire questa tendenza, con provvedimenti mirati a razionalizzare il Sistema Sanitario Nazionale. Per esempio, immaginare convenzioni con strutture private di provata qualità, che offrano un servizio adeguato con un contributo di spesa equo e garantito dal SSN. In altri termini, meglio di pensare ad un ticket a copertura parziale delle spese, piuttosto che perdere totalmente i possibili introiti e creando aree di disoccupazione tra gli addetti ai lavori.

È irragionevole non intervenire, con programmi analoghi a quelli della regione Toscana, adattati alle esigenze dei diversi territori, ma su scala nazionale.

Il sistema sanitario pubblico può trovare il modo per essere competitivo con le strutture sanitarie private e fornire un più efficiente servizio ai cittadini, solo se rilanciato con una nuova politica che premi l’efficienza e la qualità, sanzioni e corregga concretamente le sacche di inefficienza e la mediocrità.

Le strutture pubbliche, come dicevamo, dovrebbero svolgere attività organizzata in una fascia oraria più ampia, con adeguato personale ed in strutture efficienti, cui poter accedere più facilmente.

Sarebbe necessario, a nostro parere, stabilire limiti di produttività per ogni professionista, prevedendo dei premi per i medici con produttività maggiore e delle penalità economiche per coloro che rendono meno. Ogni paziente, dopo aver effettuato la prestazione, l’esame o l’intervento, deve avere l’opportunità di esprimere un giudizio di gradimento che sia parte integrante (con i dovuti filtri e correttivi) della valutazione, ai fini del raggiungimento degli obbiettivi ma che, opportunamente elaborato e presentato, sia utile riferimento per i pazienti.

Secondo quanto ha riscontrato l’Associazione Sicurezza, Giustizia e Legalità – Osservatorio per l’Europa, il sistema sanitario nazionale ha come principale ostacolo al suo funzionamento alcune mal interpretate attività delle organizzazioni dei medici, che assumono caratteristiche corporative, la modalità di amministrazione del personale, spesso finalizzato ad interessi particolari e non al comune interesse di efficienza. efficacia ed appropriatezza, al cattivo uso delle strutture e dei fondi. Bisogna rendere competitivo il sistema sanitario, il cui potenziale è enorme, sia per le strutture a disposizione, che per il personale addetto, in gran parte di ottimo livello, ma spesso non opportunamente impiegato.

Se il sistema sanitario non sarà reso più efficiente, sarà gioco forza che i cittadini saranno portati a sganciarsi dalla sanità pubblica obbligatoria ed aderire alla sanità privata, attraverso convezioni assicurative, da pagare a cura degli interessati, sul modello australiano, ponendo cosi una separazione netta tra chi opera nel privato e chi opera nel pubblico.

Non possiamo tralasciare il dato che l’Italia è all’ultimo posto, tra i Paesi dell’Ocse, per gli stanziamenti destinati alla prevenzione in campo sanitario. Secondo i dati dell’Ocse, al 2015, la spesa sanitaria pro-capite, in Italia, rimane inferiore ai livelli precedenti la crisi economica, e ampiamente al di sotto della spesa di alti Paesi OCSE ad alto reddito. L’aspettativa di vita, in buona salute all’età di 65 anni in Italia, è tra le più basse nei paesi OCSE, inoltre, l’offerta di assistenza di lungo termine agli anziani è inferiore, rispetto alla media dei Paesi considerati nella presente analisi.

Secondo l’annuario statistico italiano, pubblicato dall’Istat nell’anno 2016, il Sistema Sanitario Nazionale mostra un calo dei posti letto per malati acuti negli ospedali, soprattutto nel Centro Sud, in particolare, l’offerta ospedaliera di posti letto ordinari, per mille abitanti, variano dai valori più bassi in Calabria (2,5) e Campania (2,7) ai più alti in Valle d’Aosta (4,0), Emilia-Romagna (3,9)
e Molise (3,8). Il taglio orizzontale delle strutture ospedaliere e, conseguentemente, dei posti letto, non si è rivelata una soluzione ottimale per migliorare la qualità delle cure, anche se ha portato nell’immediato ad apparenti risparmi economici.

Per esempio, secondo la Corte dei Conti, nel “Rapporto 2016 sul coordinamento della Finanza pubblica”, nel Lazio il “pendolarismo sanitario” è quasi quadruplicato negli ultimi quattro anni, portando la regione al terzo posto, dopo la Campania e la Calabria, per restituzioni dei compensi dovuti ad altre Regioni per le prestazioni sanitarie effettuate in favore dei propri cittadini residenti.

In 10 anni, Roma Capitale ha perso 2.177 posti letto negli ospedali, dato allarmante alla luce del fatto che tale città già pativa un sovraffollamento delle strutture sanitarie, sia a causa dell’accesso del pendolarismo sanitario, proveniente da altre regioni, che dall’accesso del grande flusso di turisti, che continuamente sono presenti nella città. Il motivo del pendolarismo sanitario sta principalmente nella mancanza di fiducia dell’utente, generata da decenni di mala gestione delle strutture di alcune provincie del Sud; queste ultime sono state spesso depauperate di personale qualificato e qualificante, per favorire interessi locali non sempre limpidi.

Ma, in ogni caso, l’azione di politica sanitaria, oltre che a potenziare le strutture periferiche e delle regioni più bisognose, secondo criteri di domanda reale di salute nello specifico territorio, e non su basi teoriche, generali, non può non tener conto della situazione di fatto. E, quindi, non può essere usato lo stesso criterio ai fini dell’assegnazione dei posti letto per abitante nella Capitale d’Italia, rispetto alle altre città, vista la presenza continua ed in gran numero di non residenti che transitano in essa.

Nonostante la nuova riforma sanitaria, probabilmente vi sarà un aumento degli accessi al Pronto Soccorso, soprattutto di coloro che per problemi economici rinunciano a curarsi e per i costi elevati della prevenzione e delle cure. E saranno soprattutto i soggetti socialmente deboli, ossia coloro che vivono con modeste pensioni o che non hanno lavoro.

Bisogna, quindi, tornare ad investire nella Sanità Pubblica, facendo della stessa un comparto di eccellenza capace di ottimizzare i costi al massimo, ma portandola ad essere competitiva con i privati in termini di efficienza e di professionalità.

In questa direzione si muoverà l’Associazione di promozione sociale “Sicurezza, Giustizia e Legalità – Osservatorio per l’Europa” , che eserciterà un ruolo di coscienza critica in tutte le sedi e le occasioni nelle quali avrà modo di interloquire con le istituzioni, le amministrazioni e le forze politiche e sociali, per individuare gli adeguati correttivi al Sistema Sanitario Pubblico Nazionale, razionalizzare le risorse esistenti e migliorare il servizio reso ai cittadini utenti.

Alcuni dati, di seguito elencati, a nostro avviso, possono essere utili per comprendere meglio il problema e avviare proposte:

  • Dal 2009 ad oggi la spesa pubblica per il Servizio Sanitario Nazionale è sostanzialmente invariata, contro una flessione di tagli lineari del 10% sulla spesa delle Amministrazione Centrali dello Stato.
  • La spesa sanitaria nazionale incide sul prodotto interno lordo (PIL) potenzialmente al 7% superiore al benchmark del 5% dei Paesi dell’Unione Europea.
  • Nell’ambito di una politica sull’efficientamento e contenimento delle spese del Servizio Sanitario Nazionale, i risparmi per la sanità sarebbero mantenuti a livello regionale con il fine di ridurre la tassazione regionale, obiettivi definiti per legge per il periodo dal 2014 al 2017.
  • Raggiungere gli obiettivi di spesa, mantenendo un’elevata qualità dei servizi della Sanità pubblica, anche con la piena applicazione dei costi standard nel Sistema Sanitario Nazionale è attribuito per ogni regione dal commissario straordinario che ha la piena responsabilità d’indirizzo e di finalizzare obiettivi coerenti con i fruitori del sistema sanitario regionale.

Ad oggi, questa Associazione osserva che la qualità dell’assistenza, della sicurezza delle cure, nonché l’uso appropriato delle risorse sia, solo solidale ma non equo.

Si riscontra che la cabina di regia politica dei servizi ospedalieri abbia determinato eccellenze in poli universitari della sanità sparsi in alcune regioni, dove per la bravura e la forza politica del commissario straordinario di turno, si sono realizzati livelli di standard ospedalieri accettabili, mentre si è penalizzato, oltre modo, altre regioni con tassazioni elevate a danno del contribuente, il quale non usufruisce di servizi sanitari tollerabili, determinando una costante migrazione del malato nelle regioni con servizi sanitari qualitativamente superiori, con ulteriori aggravi di costi e disagi sopportati dalle famiglie.

La menzionata cabina di regia politica ha si previsto e sta portando a compimento una riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera, garantendo uno standard di 3,7 posti letto per ogni 1.000 abitanti, inclusi gli 0,7 ogni 1.000 per la riabilitazione e la lungodegenza, ma ha considerato l’effetto migrazione del malato in senso restrittivo (di fatto limitazioni alle cure fuori Regione), senza aver provveduto all’attuazione (non solo alla decretazione o progettazione) di valide alternative periferiche, e, soprattutto, senza aver previsto misure per gestire meglio il necessario periodo di transizione.

Il nostro vuole essere uno stimolo a chi ha responsabilità politiche e di governo, affinché il Sistema Sanitario Nazionale pubblico venga rimodulato, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, secondo le esigenze dei cittadini, che auspicano ad essere curati in modo efficiente, a prescindere dal luogo in cui risiedono.