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Età pensionabile e occupazione: un binomio inscindibile

Al fine di limitare la spesa pubblica, nel 2009 è stato introdotto nel nostro ordinamento, un sistema di adeguamento della spesa pensionistica che viene rimodulato, variando il requisito anagrafico in relazione alle fluttuazioni dell’aspettativa di vita dei cittadini, rilevate annualmente dall’Istat (Istituto Nazionale di Statistica).

Secondo il report dell’Istat datato 6 marzo 2017, i cittadini italiani residenti al 1° gennaio 2017, hanno in media un’età di 44,9 anni, con una crescita di due decimi in più rispetto al 2016 (corrispondenti a circa due mesi e mezzo); la speranza di vita alla nascita, recupera terreno sui livelli del 2015.

Per gli uomini, la vita media raggiunge 80,6 anni (+0,5 sul 2015), per le donne 85,1 anni (+0,5)

(Fonte http://www.istat.it/it/archivio/197544).

Pertanto, in questi giorni, come da previsione legislativa, il Governo sta analizzando la possibilità di un aumento dell’età minima pensionabile da elevare a 67 anni a partire dal 2019, come adeguamento all’aumento della speranza di vita.

Tale decisione è in verità fortemente contestata da molti che, contrariamente, chiedono di cancellare tale legame delle pensioni con l’aspettativa di vita.

Questo metodo risulta infatti essere iniquo, poiché esso si basa sulla media dell’aspettativa di vita di tutti gli italiani, quando, come noto e come è stato ampiamente dimostrato da uno studio compiuto dall’Ordine degli Attuari, coloro i quali percepiscono un reddito più elevato, normalmente sopravvivono di più ed appartengono maggiormente a categorie di persone che, nel corso della vita, hanno esercitato specifiche professioni quali: medici, avvocati e dipendenti pubblici

(http://www.ordineattuari.it/media/228482/170404_rapporto_percettori_2016_def.pdf).

Va detto che in termini di flessibilità del collocamento in pensione, l’esecutivo è già intervenuto riscuotendo un grande successo.

Infatti, dal 17.06.2017 fino al 15.07.2017, l’Inps ha comunicato che sono state ricevute 39.777 domande per accedere all’Ape sociale e, 26.632, al fine di accedere al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci.

Recentemente, il Presidente dell’Inps Dottor Tito Boeri ha affermato che, senza l’aumento dell’età pensionabile, ci sarebbe un boom di pensionati che da oggi al 2035, farebbe lievitare i costi a circa 141 miliardi di Euro, aggiungendo che sarà quantomeno improbabile evitare la pensione a 70 anni, se non si fa in modo di ridurre l’assegno mensile.

Il Dottor Tito Boeri dunque, auspica l’applicazione delle previsioni contenute nella Legge Fornero la quale, già prevede dal 2019, l’innalzamento dell’età pensionabile dei lavoratori autonomi e del settore privato a 67 anni e 7 mesi di età, nonché, l’incremento automatico dell’età pensionabile legato all’aspettativa di vita.

A causa dell’innalzamento dell’età pensionabile dei lavoratori dipendenti ed autonomi a 67 anni, i cittadini italiani hanno già subito un duro colpo e pagato un prezzo altissimo, al riguardo le Organizzazioni Sindacali Confederali maggiormente rappresentative, ritengono che il Governo non possa procedere nel 2019, all’applicazione dell’automatismo che lega l’aspettativa di vita e l’età pensionabile, poiché se fosse applicato tale automatismo provocherebbe l’ennesimo slittamento in avanti, dei requisiti necessari ai fini del pensionamento, già oggi tra i più avanzati a livello europeo.

Per quanto concerne il suddetto automatismo legato all’aspettativa di vita, le Organizzazioni Sindacali Confederali maggiormente rappresentative, stanno chiedendo a gran voce al Governo uno slittamento della sua applicazione e, per tale fine, è necessario intervenire con un provvedimento legislativo ad hoc, volto a differire il rialzo a sessantasette anni d’età a decorrere dal 2019, previsto per il collocamento in quiescenza dei lavoratori autonomi e del settore privato, poiché già oggi, essi detengono la “maglia nera” tra i lavoratori dei Paesi Europei per l’età di accesso alla pensione.

Quanto sinora sostenuto, dimostra che nel sistema pensionistico italiano, c’è bisogno di maggiore flessibilità, magari incentivando maggiormente l’uscita dal mondo del lavoro, auspicabile già a partire dall’età di 60 anni, per creare opportunità di lavoro per i giovani.

Infatti, per l’ingresso nel mondo del lavoro di questi ultimi, sarebbe utile stabilire un salario d’ingresso, sia nel settore pubblico che in quello privato, per 5 anni più basso di quello di mercato per le assunzioni a tempo indeterminato, al fine di favorirne la stabilizzazione lavorativa, prevedendo altresì ulteriori modalità di flessibilità.

Va altresì sottolineato che, la resa del lavoratore, già dopo i 60 anni di età, cala decisamente, sia per fattori psicofisici, sia per fattori intrinseci, quali: maggior ricorso alla malattia, maggiore disponibilità di ferie, Legge 104/92 etc. ed inoltre i lavoratori anziani, percepiscono mediamente uno stipendio doppio in rapporto a quello di un giovane appena assunto.

Si evidenzia inoltre che, per particolari categorie di lavoratori, per i quali sono richiesti un livello di attenzione ed una prestanza fisica più elevati della media, con la necessità di espletare il turno lavorativo in condizioni di disagio psico-fisico o in orari notturni svolgendo attività operative, è indispensabile che questi debbano cessare l’attività lavorativa non oltre la soglia dei 55 anni.

Come si è rilevato in modo implicito dalla ricerca espletata dall’Ordine degli Attuari, tali professioni (forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, personale che lavora svolgendo delle turnazioni, anche durante orari notturni etc.) non risultano tra coloro che hanno una speranza di vita più elevata.

Per fare un esempio pratico, l’età media degli appartenenti alla Polizia di stato negli anni ottanta era di 25 anni, oggi è di circa 47 anni e, secondo le previsioni, tra pochi anni si eleverà a 53 anni.

In altri paesi, come ad esempio gli U.S.A., secondo lo studio redatto dall’United States Department of Labor – Bureau of Labor Statistics (https://www.bls.gov/cps/cpsaat11b.htm), i poliziotti: “Police and sheriff’s patrol officers”, hanno un’età media di 39.7 anni, mentre i pompieri operativi: “Firefighters”, hanno un’età media di 38.8 anni, a differenza dei pompieri italiani che hanno in media 50 anni d’età.

È ora di intervenire subito con provvedimenti mirati che, possano venire incontro alle esigenze della popolazione, dei Corpi citati e della necessità di occupazione.

Innanzitutto occorre favorire l’uscita dal lavoro degli operatori adibiti a determinati incarichi usuranti e rischiosi, senza penalità e non oltre i 55 anni di età.

Successivamente andrebbe favorito l’inserimento, nei corpi di polizia e del soccorso pubblico carenti, di giovani sul modello degli agenti ausiliari così come avveniva in passato nelle Forze di Polizia; ciò consentirebbe di poter disporre di una forza lavoro giovane adeguata, di età compresa tra i diciotto e i 26 anni di età, disponibile ad iniziare il proprio percorso lavorativo con uno stipendio iniziale più contenuto nel periodo della ferma, con disponibilità lavorativa nettamente maggiore, rispetto ai quadri apicali dei vari ruoli e qualifiche delle varie amministrazioni pubbliche.

Questa misura, risulterebbe di maggior effetto psicologico ed ampiamente più efficace nei confronti della popolazione, rispetto alla proposta avanzata recentemente sul reddito di cittadinanza che, al contrario, se venisse applicata creerebbe gravi squilibri sociali e non assicurando la rotazione nell’impiego allargando la forbice esistente tra il reddito di chi lavora e, quello di chi non riesce a trovare un’occupazione, determinando così ulteriori danni sul piano dei consumi.

L’assunzione dei giovani porterebbe quindi maggiore equilibrio sociale e sarebbe altresì un volano di crescita per il sistema economico e per soddisfare le esigenze di un’ampia platea di giovani disoccupati, contribuendo così a rilanciare l’economia del nostro Paese che necessita in tal senso di un’iniezione di fiducia, riducendo tra l’altro il rischio di devianze criminali.

Al riguardo si evidenzia che i numeri della disoccupazione in Italia fanno paura; si pensi ad esempio che dal 2008 al 2016, circa 509.000 cittadini italiani sono emigrati all’estero per cercare un’occupazione.

La nuova emigrazione italiana ha raggiunto ormai livelli paragonabili a quelli degli anni sessanta; secondo l’Istat infatti, soltanto nel corso dell’anno 2015, si sono registrati oltre 100.000 espatri di cittadini italiani, costituiti in massima parte da giovani tra i 18 ed i 34 anni di età, tra i quali moltissimi laureati per i quali lo Stato ha sostenuto costi esorbitanti per la formazione, quantificabili in centinaia di migliaia di euro.

Ogni anno migliaia di giovani laureati infatti, lasciano il nostro Paese per recarsi in destinazioni estere, quali ad esempio Londra, ma non solo, per svolgervi lavori anche molto umili, mentre in Italia lo Stato mantiene a spese della collettività numerosi clandestini che continuano a vivere in albergo. Contemporaneamente si mettono in pratica politiche dell’accoglienza sugli immigrati che prescindono dalla ricerca di qualità.

Di non secondaria importanza è poi l’aspetto della sicurezza, nel senso che, l’attuale situazione emergenziale derivante dall’immigrazione di massa cui stiamo assistendo, contribuisce a distogliere molte delle risorse umane delle Forze di Polizia, ai fini del soccorso, identificazione e messa in sicurezza degli stranieri, a detrimento della sicurezza dei cittadini per un adeguato controllo del territorio.

I Reparti di pronto soccorso degli ospedali italiani sono ormai al collasso, mentre il sistema sanitario nazionale per la gestione dell’emergenza “migranti”, affronta costi elevati a discapito della salute pubblica dei cittadini italiani.

Fattori tecnici ed istintivi poi, hanno condotto, sempre di più, gli investitori esterni all’Euro Zona a vendere titoli di debito dell’area Euro, piuttosto che a comprarne, facendo raggiungere all’Italia il primato del maggiore deflusso di capitali, con la conseguente perdita di investimenti stranieri stimata in circa 70 di miliardi Euro.

Ultimamente il Presidente dell’Inps, Dottor Tito Boeri, ha dichiarato che, gli immigrati sono una risorsa necessaria per poter aumentare le entrate dell’ente previdenziale da lui presieduto.

Prima di fare certe dichiarazioni, sarebbe necessario rendersi conto che bisogna ridurre drasticamente la disoccupazione in Italia, creando un sistema nazionale degli uffici di collocamento e, dando priorità ai fini dell’assunzione agli italiani ed ai cittadini della UE, garantendo a questi ultimi il diritto al lavoro nel proprio paese di origine per realizzare il proprio progetto di vita e di famiglia, avendo la garanzia di percepire la propria pensione al raggiungimento dei requisiti di legge.

Va inoltre sottolineato che le problematiche dei migranti economici non si risolvono attraverso l’accoglienza di massa in Europa, ma va intrapresa una politica europea comune di sostegno delle popolazioni a rischio nei loro Paesi d’origine, creando delle aree sicure e favorendone lo sviluppo economico e sociale in loco. Nessuno è felice di lasciare il proprio luogo di nascita e per nessun motivo deve essere costretto a farlo. Pertanto, il ragionamento fatto dal Dottor Boeri a nostro avviso non tiene conto della realtà attuale, in quanto non è possibile fare arrivare in Italia centinaia di migliaia di extracomunitari senza alcuna garanzia di lavoro né di integrazione, attesi gli altissimi livelli di disoccupazione già esistenti tra i cittadini italiani e i cittadini stranieri già residenti in Italia.

Ovviamente un sistema sociale e previdenziale più efficiente, garantirebbe in maniera adeguata e stabile, anche i diritti di tutti gli stranieri già dimoranti in Italia che lavorano e pagano i contributi nel nostro paese, consentendo una vera integrazione sociale che deve puntare sulla qualità e non sulla quantità.

Occorrerebbe inoltre, intervenire tempestivamente, al fine di limitare il numero di pensionati che si trasferiscono all’estero per vivere, recando così un grave danno erariale all’Italia, calcolabile in termini di mancato introito di tasse e mancati consumi nel nostro paese.

A nostro avviso, sarebbe opportuno tentare di attuare una politica di defiscalizzazione volta, non solo a limitare l’emigrazione dei pensionati verso altre nazioni ma, soprattutto, mirata a far arrivare ricchi pensionati stranieri, i quali potrebbero contribuire a incrementare l’occupazione e aumentare i consumi nel nostro Paese.

La nostra società è in continua evoluzione ed è giusto che la tecnologia sviluppata dall’uomo sia al proprio servizio per migliorare la qualità della vita e del lavoro dei cittadini.

Oggi, purtroppo il governo ci propone, anzi ci impone, in maniera del tutto anacronistica un ulteriore aumento dell’età pensionabile, senza tener conto del fatto che, anche per questo, i posti di lavoro si assottigliano sempre di più con il serio rischio di vedere tagliata fuori un’intera generazione di giovani, i quali sono sempre più costretti ad emigrare all’estero per cercare un’occupazione dignitosa.

A nostro parere l’essere umano non dovrebbe mai essere considerato come un soggetto da sfruttare bensì da salvaguardare e da valorizzare, preservando soprattutto la dignità della persona, che deve essere al centro dell’agenda politica di Governo, per garantire a tutti pari dignità e pari opportunità sociale.