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Occorre un patto per il lavoro: la priorità è l’occupazione

Il lavoro che non c’è, i giovani che emigrano in cerca di migliori opportunità, gli anziani con pensioni talmente basse che vengono collocati ai limiti della povertà: occorre una svolta e subito.

Secondo una nota dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), nel mese di novembre 2016 il tasso medio di disoccupazione nell’area euro è rimasto stabile al 9,8% rispetto al mese precedente, mentre in Italia è tornato a crescere, portandolo all’11,9%.

Viene segnalata come drammatica la disoccupazione giovanile degli under 25, con particolare rilievo nei Paesi dell’Europa meridionale come l’Italia, dove la disoccupazione giovanile è cresciuta di ben 1,8 punti in un mese, raggiungendo quota 39,4%, tra i peggiori dati in assoluto dell’area euro.

L’Italia è un Paese che arretra e non dà più speranze e garanzie ai propri giovani e a chi viene espulso precocemente dal mondo del lavoro, rimanendo senza alcuna fonte di reddito.

Occorre uno scatto di orgoglio, una spinta propulsiva nuova, un modo nuovo di concepire il lavoro, non più come una concessione, ma come un diritto basilare dei cittadini, così come è sancito dalla Carta Costituzionale che garantisce a tutti i cittadini pari dignità e pari opportunità.

Bisogna al più presto capovolgere questa situazione critica, stagnante, che provoca l’indignazione dei cittadini, che, legittimamente aspirano ad un lavoro duraturo, che gli consenta di inserirsi nel processo produttivo del mondo del lavoro, dando uno sbocco al loro percorso formativo e professionale.

Occorre uno scatto di reni per capovolgere questa condizione drammatica della piaga della disoccupazione, che si aggrava sempre di più, di giorno in giorno, in quanto la classe politica negli ultimi decenni non è riuscita ad intervenire per tempo sulla progressiva diminuzione dei posti di lavoro, individuando percorsi formativi adeguati alle esigenze della società, che è cambiata rapidamente, richiedendo nuove tipologie di lavoratori, con nuove e sofisticate qualifiche professionali, come è invece avvenuto in altri paesi dell’Unione Europea ed in particolare in Germania.

E’ noto a tutti che i giovani sono la speranza ed il futuro del nostro Paese e, pertanto, devono essere valorizzati ed indirizzati nel mondo del lavoro, al fine di realizzare le proprie aspettative di vita e contribuire al benessere sociale, per garantire agli stessi un’occupazione stabile, che gli consenta di crearsi un nucleo familiare e di accedere più agevolmente al credito, sia per l’acquisto della prima casa che per creare impresa.

La disoccupazione è attualmente una delle preoccupazioni più sentite della società civile in ogni parte del mondo, che determina delle condizioni economiche molto disagiate, ma anche esclusione sociale.

Il disoccupato, inoltre, una volta raggiunta l’età prevista per il collocamento in quiescenza, non avrà la pensione, o, al massimo avrà quella sociale, che non gli consente di vivere dignitosamente.

Da molti anni, il mondo vive un periodo di crisi, che è stato affrontato in maniera diversa in tutte le nazioni. Mentre in Europa, per uscire dalla crisi, secondo i dettami dei liberisti, si è adottato un sistema di austerità vera, che ha prodotto scarsissimi risultati.

In altri paesi, come ad esempio i liberisti Stati Uniti, a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001, hanno assunto altri provvedimenti. Il presidente della FED (Federal Reserve of the United States) dell’epoca, Alan Greenspan, effettuò un consistente taglio dei tassi di interesse, in modo analogo a quanto ha fatto ottimamente il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.

Ma Alan Greenspan è andato oltre, infatti, su sua pressione, il Presidente Bush attuò una politica di deficit spending (disavanzo di bilancio dovuto all’aumento della spesa pubblica), al fine di uscire rapidamente dal periodo di recessione.

Infatti, secondo l’economista John Maynard Keynes (1883-1946), il passivo del bilancio statale rappresenta un mezzo per stimolare l’attività economica e l’occupazione e quindi la domanda. Qualora ci sia disoccupazione elevata, è necessario intervenire con correttivi adeguati sulla spesa pubblica, facendola crescere fino ad avere una situazione di avanzo, mettendo in conto la possibilità di avere un deficit spending. Si sottolinea che, dalla famosissima crisi economica americana ed europea del 1929, si è usciti utilizzando interventi in materia economica suggerite dall’economista Keynes, costituite soprattutto da investimenti pubblici, imposte fiscali progressive e welfare, screditando, di fatto, le teorie degli economisti della scuola classica, in particolare di Jean-Baptiste Say, il quale sosteneva che, in regime di libero scambio, non sono possibili le crisi prolungate, poiché l’offerta crea la domanda.

Ebbene la Germania, paese fortemente creditore nei confronti degli altri paesi europei, ha deciso di uscire dalla crisi scegliendo la via più lunga e complessa, attraverso una politica di austerità forzata, volta a garantirsi il pagamento dei crediti detenuti nei confronti degli altri paesi europei.

Ecco che il Pil della Germania, nell’anno 2016, è cresciuto dell’1,9%, con un ritmo maggiore delle attese, riportando anche un surplus di bilancio, grazie all’aumento della domanda interna, all’aumento delle spese per i rifugiati, delle spese delle famiglie e per la costruzione di nuove abitazioni. Mentre in Italia, con una politica economica fortemente condizionata dagli interventi europei volti al contenimento della spesa pubblica, la crescita è stata decisamente più contenuta,ossia pari al +0,8 % del PIL.

Siamo in una situazione nella quale non c’è sufficiente disponibilità di occupazione per fare fronte alla sempre più crescente domanda. È necessario migliorare la crescita, elaborando risposte pratiche, che siano in grado di fare fronte all’ardua sfida che ci troviamo a fronteggiare.

Il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a Davos ha affermato che vanno rovesciate completamente le politiche comunitarie, in considerazione dell’insoddisfazione della classe media rispetto alle prospettive per il futuro. Il Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha aggiunto che di fronte ai movimenti di protesta e alla delusione della classe media, è il momento che le politiche economiche e monetarie vengano riformate, implementando una maggiore redistribuzione dei redditi.

Secondo gli ultimi dati Istat, sono quasi 29 milioni (48,6% della popolazione residente) le persone che ogni giorno effettuano spostamenti per recarsi sul posto di lavoro o di studio, in dieci anni sono cresciute di circa 2,1 milioni. Circa due terzi dei residenti che quotidianamente si spostano, lo fanno per motivi di lavoro. I tempi destinati alla mobilità si sono allungati notevolmente, infatti chi impiega oltre i 45 minuti rappresenta dall’8 al 10,7% della popolazione.

Di questi, una percentuale abbastanza elevata è costituita da donne. Una routine giornaliera, che crea enorme stress in particolare sulla salute delle stesse, infatti, secondo la ricercatrice Jennifer Roberts dell’Università di Sheffield (Gran Bretagna), il pendolarismo è quattro volte più stressante nelle donne che negli uomini. Si pensi infatti agli impegni extra lavorativi quali quelli di accudire i figli, specialmente in età prescolare, fare la spesa, accompagnare i figli per gli altri impegni extra scolastici, espletare gli impegni casalinghi e familiari.

L’Istat comunica un calo delle nascite di circa il 6%, da gennaio a giugno 2016, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le grandi metropoli italiane non sono costruite a misura di famiglia e ne fanno le spese, in primo luogo, i bambini, ma anche i rapporti tra i genitori, vedasi il consistente aumento delle separazioni. Molte donne gradirebbero rimanere a casa e curare meglio la famiglia ed i figli, piuttosto che essere costrette a lavorare per poter rimpinguare il magrissimo bilancio familiare, per poi spendere gran parte di ciò che guadagnano in colf, baby-sitter ,doposcuola e costi di trasporto. Bene, le casalinghe italiane ammontano a circa 8 milioni e non percepiscono un riconoscimento economico. Oggi, si parla molto di reddito di cittadinanza, a parere di questa associazione sarebbe molto più proficuo aiutare le famiglie dando circa 500 euro per ogni casalinga, priva di altre fonti di reddito. Questo avrebbe un triplice valore, poichè darebbe sollievo alle famiglie monoreddito, darebbe la possibilità di stare a casa a chi fa questa scelta, curando in modo più efficace la famiglia ed i valori su cui essa si basa, nonché si libererebbero dei posti di lavoro per i disoccupati, contribuendo a far ripartire l’economia del nostro paese.

Per creare maggiori entrate nelle casse dell’erario da ridistribuire nel welfare, nonché aumentare la contribuzione per riempire le casse dell’Inps, potrebbe essere utile legalizzare la prostituzione.

Secondo la commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, le 70.000 prostitute italiane, con circa nove milioni di clienti, creerebbero un giro d’affari pari a circa cinque miliardi di euro, non considerando l’indotto. Ciò avrebbe un impatto estremamente positivo sui conti pubblici, sulla sicurezza delle città, sul decoro urbano e soprattutto sulle condizioni di vita delle prostitute stesse. Si pensi che, nella civile Germania, il settore genera un giro d’affari di circa 14,5 miliardi di euro con 3.000 esercizi commerciali dedicati (dati al 2016), del resto è noto, le entrate legate all’industria del sesso contribuiscono in modo significativo al bilancio dei paesi in cui essa è legalizzata, creando un abbassamento del livello di disoccupazione.

Infine, ma non per ultimo, ricordiamo che, secondo la fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, Pia Covre, “Criminalizzarle è sbagliato”, infatti, da oltre 30 anni, ella si batte per l’abolizione della legge Merlin e per la legalizzazione della prostituzione, anche per dare a queste donne i diritti di tutti i comuni cittadini.

E’ del 29 dicembre scorso la notizia del licenziamento in tronco di 1.666 lavoratori, dell’azienda Almaviva Contact, con sede in Roma, operanti presso il call center che ha chiuso la propria attività ed ha inviato le lettere di licenziamento ai lavoratori, lasciandoli privi di una basilare fonte di sostentamento, in un periodo storico nel quale è sempre più difficile trovare lavoro.

Nello specifico, molte aziende del settore dei call center hanno delocalizzato le proprie attività primarie in altri paesi, anche al di fuori dell’area europea, facendo accrescere notevolmente i guadagni per le aziende stesse, fruendo di forti agevolazioni economiche in loco, nonché di un costo del lavoro decisamente più contenuto. È ovvio che sarebbe necessario intervenire attraverso specifiche normative, anche di carattere fiscale, per tutelare gli interessi dei lavoratori italiani, i quali,fortemente penalizzati, non hanno altri sbocchi occupazionali, rispetto ad aziende che operano dall’estero su territorio nazionale.

Occorre intervenire per potenziare il sistema, già rodato, degli incubatori di impresa, definiti dalla Commissione Europea, come “ un’organizzazione che accelera e rende sistematico il processo di creazione di nuove imprese, fornendo loro una vasta gamma di servizi di supporto integrati, che includono gli spazi fisici dell’incubatore, i servizi di supporto allo sviluppo del business e le opportunità di integrazione e networking.”

Difatti, gli incubatori d’impresa mirano a promuovere lo sviluppo economico e la creazione di lavoro, integrando talenti, tecnologie, know-how e capitale all’interno di una rete che favorisce la crescita di nuova impresa.

Uno dei provvedimenti basilari da attuare è intervenire sull’organizzazione del mercato del lavoro, agendo sui Centri per l’Impiego, rendendoli dipendenti direttamente dal Ministero del Lavoro ed a carattere nazionale, così come avveniva già in passato. Tali centri dovrebbero farsi carico di far incontrare la domanda e l’offerta di occupazione con delle banche dati internazionali, nazionali, regionali, provinciali e comunali, consentendo ad ogni lavoratore iscritto, distinto per categoria occupazionale, di consultare la graduatoria progressiva e di verificare le opportunità di impiego, attribuendo al cittadino comunitario un diritto di priorità rispetto a quello non comunitario (art. 4 costituzione – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.)

Pertanto, le aziende dovrebbero effettuare le assunzioni in ordine di graduatoria, attingendo dagli elenchi presenti presso i centri per l’impiego. Qualora il disoccupato rifiutasse l’assunzione, perderebbe ogni beneficio del welfare sul modello tedesco HARTZ IV.

La politica dei bonus sulle assunzioni non è stata sufficiente a rilanciare in modo efficace le assunzioni; occorre rendere competitive le imprese, occorre fare di questo paese un’ oasi per gli investitori, adottando politiche fiscali analoghe ad altri paesi d’Europa.

Infatti, ricordiamo che EXOR, la finanziaria degli Agnelli, è emigrata in Olanda come già aveva fatto la Fiat Chrysler Automobiles (Fca), il nuovo gruppo nato dall’unione della casa torinese e di quella di Detroit, che ha sede legale in Olanda e residenza a fini fiscali nel Regno Unito.

Cambiare la politica fiscale impedirebbe la fuga delle aziende dal territorio italiano e comporterebbe l’arrivo di nuove imprese.

Infine, a parere di questa Associazione, è necessaria una nuova riforma pensioni, in quanto “Ridurre l’età pensionabile può creare occupazione per i giovani”, stabilendo l’età massima a 65 anni per gli uomini e a 63 anni per le donne, con ulteriori agevolazioni per i lavori maggiormente usuranti.

Il governo italiano deve attuare un patto per il lavoro, finalizzato a creare nuove opportunità occupazionali, attraverso una politica mirata all’incentivazione, all’innovazione e alla ricerca, per essere competitivi a livello globale.

Infatti, il nostro Paese ha subito negli ultimi anni una notevole riduzione della produzione e, conseguentemente, dell’export per alcuni prodotti specifici, che, in passato occupavano una larga fascia di mercato a livello internazionale e che, purtroppo, oggi, a causa di un limitato investimento nella ricerca e nell’innovazione, non consente più al nostro Paese di essere competitivo a livello internazionale, in quanto non è adeguatamente favorita una politica di promozione del Made in Italy, che si rende estremamente necessaria per conquistare nuovi mercati a livello mondiale.

In Italia si è arrestata la crescita e vi è la necessità di una iniezione di fiducia per fare ripartire l’economia, facendo leva sulle imprese che si sono già distinte nel creare occupazione; insomma, bisogna puntare sui migliori, su chi ha le capacità per emergere e competere.